Emanuela Fanelli: «Facciamo tutti un po’ ridere»

Ci vogliamo vedere sotto casa?». Abitiamo non distanti, io ed Emanuela Fanelli. Capita di vederla portare a spasso il cagnolino per il quartiere di Roma dove vive.

 

Non è Morena, da dove comincia il percorso. «Meglio in chat che interrompo la riunione di scrittura, se si può». Certo che si può: ve la sareste sentita voi di interrompere il flusso creativo di un’artista? Reduce dai grandi successi, dai David di Donatello come interprete, dalla dimensione planetaria e autorale dei film di Cortellesi e Virzì, quindi, Emanuela Fanelli torna a scrivere. «Una cosina mia, che poi dovrei girare». Ecco, lo riconosciamo forte e chiaro l’understatement Fanelli: uno stile che può anche sorprendere chi poi ride e si gode le sue performance. Ma che è tratto di vita di Emanuela. Notiziona, avrebbe esclamato la Luana Pericoli di Call My Agent. «Sono stati anni stupendi: il lavoro è stato gentile con me. Ho interpretato ruoli scritti da grandissimi autori. Ed è stato davvero un onore, ma è dai tempi della Pezza di Lundini che non scrivo qualcosa di mio. Quel film che diventava il mio sketch con Alessandro Borghi, A piedi scarzi. E poi la fiction di Simonetta. E quindi, sì, scrivo».

La scrittura per un attore può anche essere un atto di tutela nelle attese, anche se per lei questi sono sembrati anni frenetici.

«Io non vedo la vita in modo strategico: se si fermasse la ruota del cinema potrei tornare al teatro. La scrittura serve a me, prima di tutto: vince il desiderio di farlo. E voglio alimentarlo».

Non sembra proprio una che si mette dietro un angolo a cercare la posa migliore per cercare un vantaggio.

«Il secondo pensiero, quello razionale, c’è ma se penso alle decisioni di svolta nella vita le ho prese sempre di pancia. Credo di avere un contatto davvero onesto con l’Emanuela che cambia. Raramente sono furba: certe volte, me lo dicono gli altri, mi getto in esternazioni che non mi converrebbero. Preferisco però somigliare a me stessa, mi piace se gli altri mi riconoscono come una persona limpida, onesta. Negli ultimi sei anni ci sono state tante emozioni forti, tante soddisfazioni ma non sono diversa da com’ero quando facevo la maestra coi bambini in una scuola di Roma».

Presentando Venezia in un momento delicato, lei fece esattamente quanto disse che avrebbe fatto prima della kermesse: partecipò fisicamente – tra i pochissimi del cinema – al corteo per la Palestina, preferendo non utilizzare il palco della Mostra per messaggi personali?

«Credo che mai una presentatrice di Venezia abbia preso parte a una manifestazione durante la Mostra: per me essere lì aveva un significato, ho esercitato il mio diritto di cittadina di fronte al genocidio che condannavo. Io sul palco parlo come fanno gli artisti, non volevo usare per una mia esposizione quel palco. Io non ero e non sono una figura mitologica metà questo, metà quello da tirare per le maniche: in quei momenti si salta nel cerchio di fuoco, poi d’improvviso passa l’attenzione e torni a essere quella a cui dici “ti amo, sei fantastica, quanto me fai ride”. Per la prima volta venivo trattata come un pupazzetto famoso. Qualche cuoricino qua e là da parte di alcuni colleghi non mi è piaciuto e neanche lo perdono: forse a volte ho troppo un aspetto Candy Candy o Heidi».

Questi anni per lei, emozioni forti e veneziane comprese, sono stati intensi e belli. Spesso usa il termine gratitudine.

«Siamo animaletti che corrono per anni, speri che accada una cosa e poi succede: un premio, un film bello. E neanche ti fermi per dirti: ce lo godiamo, questo attimo? L’animaletto vuole altro e altro ancora. Io ho provato a praticare questo esercizio perché mi fa bene. Provare a non correre al dopo. Così scopri la gratitudine: di quelli che ti fermano per strada, magari solo per un complimento facile e di fretta, e tu ti “accolli” e gli parli della tua vita. I miei amici mi dicono: “a Emanue’, gli attacchi certi pipponi a questi poveri fan!” L’esercizio vero è arrivare alle persone in qualsiasi modo. Far ridere o commuovere, conta la loro reazione. Vale la pena uscire di casa, cercare parcheggio, spendere i soldi per quella là… Che sarei io?».

Mi pare un approccio sano. A proposito di fare cose che “arrivano”: il karaoke con Elodie e Pandolfi è “arrivato”.

«Io ho un problema, quando sono stanca mi parte quella che a Roma chiamiamo la “coglionella”: lo traduca lei. Eravamo a ritirare un premio e c’era la musica: e allora dico a Claudia, facciamoci una cantatina. Lei pensa sia pazza, poi vedo Elodie. Trascinata Pandolfi sul palco. Eravamo amiche al pub. Diciamo che abbiamo sperimentato anche una viralità simpatica, va. Faccio lo stesso quando vado alla sagra della brace ad Arcinazzo. A Sorrento c’era tutto il cinema… Ma io sono quella lì, poi a volte mi do un tono».

La petulante Luana Pericoli di Call My Agent a chi si ispira?

«Un puzzle di persone che ho visto. A me Luana fa tanta tenerezza: non è cattiva, lei sa di non essere come si racconta, si fa coraggio così. È contemporanea, Luana: conta più il racconto di sé rispetto a quello che sei».

L’umorismo per Fanelli è…

«Quando scrivo non lo faccio per sentirmi migliore dei miei personaggi: umorismo è assenza di giudizio. Facciamo tutti un po’ ridere: si vive tanto meglio quando te ne rendi conto. Questo stile di vita non mi aiuta in quanto attrice comica, ma come persona. In quei due giorni di polemiche veneziane questo spirito mi ha aiutato: mi sono immaginata io sulla Flottila con Susan Sarandon con lei che magari pensa “ma chi è questa?” e io che la guardo ammirata».

Parla molto di quotidianità: per qualche anno la sua è stata l’insegnamento.

«Mi chiamavano Mela, senza maestra: sei Mela tutti i giorni. Ho fatto tanti lavori per non pesare sulla famiglia: call center, cameriera, insegnante appunto. Lucia Vilma, la capo istituto a piazza Bologna, sceglieva con un solo criterio: quelli che fanno davvero bene ai bambini. Lei dice che non sono molti. Erano bimbi della materna e quello – ho capito – è un tempo determinante per la vita: quei bimbi dai 2 ai 6 anni sono esseri umani in purezza, sei te, un te molto giovane ma purissimo. Ti diamo uno zainetto – famiglia, amici, scuola – e tu immagazzini. Poi apri lo zaino quando sei più grande e se hai buoni maestri sai selezionare le emozioni giuste. Eravamo molto attenti alla gestione dei conflitti: davamo regole per rispettare il pensiero e il corpo degli altri. Non puoi costringerlo a giocare con te con quel giocattolo; troviamo una cosa che piaccia a tutti e due».

Sembra la mitologica “educazione emotiva”?

«Ecco, leggo sui giornali di questa battaglia e mi domando: ma se la introduciamo pensiamo che possa andare peggio di così? Nell’educazione ci sono due capisaldi: famiglia e scuola, e tante volte in casa si soffre. La scuola può dare solidità: io credo molto nell’educazione come formazione di cittadini migliori, di fidanzati e fidanzate migliori. Qualche bimbo ora ragazzo mi viene a trovare: ho una gran fiducia in loro. Parliamo tanto dei social, ma io li toglierei agli adulti, i telefonini, viste le cose che leggo. Una volta gli avremmo detto toglietegli il fiasco, adesso toglietegli il telefono. In generale, gli adolescenti ci stanno più attenti a quello che postano. Sanno cos’è il bullismo, noi lo subivamo e non sapevamo che si chiamasse così. È un tempo delicato, in cui conta molto quello che pensano gli altri di te: parlando coi miei ragazzi, mi sono ricordata con tenerezza quel momento in cui senti che è bello diventare adulti per sentire meno quella pressione. Ne verranno altre, ma allora non lo sai».

Due David di Donatello, scusi se cambio argomento ma quale è il ruolo più difficile da interpretare?

«Quello a cui ambisco quando interpreto un ruolo è che nelle due ore di un film le persone, che sanno bene che è tutto finto, devono credere che il mio personaggio esiste. Mi viene in mente il personaggio di Raffaella in Siccità di Virzì, una che intimamente dice quello che ci diciamo tutti: “amatemi, vi prego”. Sono molto legata a Marisa di C’è ancora domani, per me è la mia nonna paterna, una donna amica: in quel film l’amicizia tra donne poteva non essere un tema centrale, ma Paola Cortellesi l’ha raccontato come forma altissima di amore. Mi emoziono ancora rivedendo quelle scene perché siamo proprio noi, io e Paola. Lo so, è orrendo dirselo da soli… Ma è come se sbirciassimo noi. Poi adoro come “sbrocca” Daniela in Un altro Ferragosto: dice quello che abbiamo tutti dentro, quel monologo».

In arrivo un altro film con Paolo Genovese, maestro della commedia italiana. Dopo la panterona di “Follemente”.

«Un uomo di grande successo, che sa tutto del cinema, ma per me una persona bella con cui mi piace scherzare. Il rumore delle cose nuove, si chiama il film. In Follemente mi mette a fare il contrario di quello che sono nelle relazioni d’amore io: a me viene sempre il pensiero che non gli piaccio, sto sempre a fare la timida, che magari ho capito male le avance del partner potenziale».

Tre donne di riferimento per Emanuela?

«Claudia Pandolfi, per la libertà di astrarsi dal giudizio degli altri. Paola Cortellesi, amica geniale. Aggiungo Sabrina Ferilli: la amo, non la frequento tanto ma sa essere saggia come una nonna e una bambina di cinque anni per le cose che la commuovono, per come ama e sa essere amica». Ci affacciamo al 2026, alla fine di un anno bello e umanamente faticoso. Diverso. «E infatti ho regalato alla mia famiglia un Natale diverso: tutti insieme in un casale in Umbria, lontani da casa. È la prima volta e mi ci voleva, un giorno le spiegherò perché».

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