Vanessa Scalera, dagli inzi al grande successo: «Non mi sono mai abbattuta»

L’inconfondibile sguardo profondo che può essere languido e un secondo dopo diventare beffardo, la figura sottile che risulta elegante anche con abiti improbabili o stravaganti, un talento forgiato da anni e anni di palcoscenico e un carisma naturale che la rende credibile, sempre umana sia nei ruoli drammatici sia nelle commedie più esilaranti: nel mondo delle attrici che conquistano sempre più peso nel nostro spettacolo, Vanessa Scalera occupa un posto a sé.

 

Ha ottenuto il successo di massa grazie alla serie di Rai1 Imma Tataranni (dall’8 marzo va in onda la quinta e ultima stagione) e ora l’attrice, che sarà presto sul nuovo set del regista Edoardo De Angelis accanto a Lino Musella e porterà in teatro il testo di Filippo Gili La sorella migliore, torna al cinema il 12 marzo con Il bene comune: diretto da Rocco Papaleo, anche interprete accanto a Vanessa, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Livia Ferri, Rosanna Sparapano, il film racconta la storia di un gruppo di detenute che, accompagnate da una guida turistica (Papaleo) e un’attrice fallita (Scalera), vanno in gita sul massiccio del Pollino, tra Basilicata e Calabria, alla ricerca del secolare pino loricato simbolo di resilienza. Ma il viaggio sarà denso di sorprese, incontri, cambiamenti scanditi dalla musica e da una solidarietà inattesa.

Cosa le ha dato la voglia di interpretare il film?
«Proprio Rocco. L’avevo incontrato a un festival e subito era scattata una stima professionale e umana reciproca. Ci eravamo ripromessi di lavorare insieme e a un certo punto è saltato fuori questo film…Mi piace Papaleo perché è un ragazzo animato dalla passione, non un artista stanco».

E come definirebbe Raffaella, il suo personaggio?
«È un’attrice di paese che non si è mai mossa e non ha avuto grandi opportunità, né le ha cercate. Le è andato bene rimanere nella sua piccola dimensione, senza mai abbattersi. Poi arriva l’occasione della vita: insegnare teatro alle detenute che tra l’altro, ai suoi occhi, sono portatrici di tante storie interessanti».

Qual è, secondo lei, il messaggio del film?
«Nessuno si salva da solo. Considerare gli altri fa del bene anche a noi. Oggi siamo tutti concentrati sulla nostra vita personale, invece i personaggi del film si danno una mano in nome del senso di comunità».

E nel suo lavoro, apparentemente individuale, può esistere il senso della comunità?
«Certo, è fondamentale o almeno dovrebbe esserlo: anche quando sei solo in scena devi confrontarti con gli altri. È importantissimo recuperare il rispetto della collettività che nei piccoli paesi è la regola, non ti senti mai solo».

Lei vive a Roma, a Monteverde, ma è nata a Mesagne in provincia di Brindisi: come ricorda lo sbarco nella Capitale?
«Avevo 19 anni ed ero fresca di diploma magistrale. Mi trasferii a Roma per studiare recitazione. Non avevo mai visto la città e appena arrivata provai quell’entusiasmo che non mi ha ancora abbandonata: a differenza di quelli che si dichiarano “affaticati” dalla Capitale, io continuo a scoprire le sue meraviglie, come la vita nei quartieri. Con l’età ho semmai recuperato la voglia di tornare ogni tanto alla dimensione ridotta del mio paese».

Ci rientra spesso?
«Sì, ma quando torno a Roma e scendo alla Stazione Termini dopo un paio di settimane passate giù, nella nostra casa di campagna, l’altezza degli edifici continua a farmi una certa impressione».

È stato difficile farsi strada nello spettacolo?
«Ho avuto periodi duri ma non mi sono mai abbattuta. Mi spingevano l’entusiasmo fortissimo e un ottimismo incrollabile. Sapevo che questo mestiere l’avrei fatto. Fin da piccola possedevo una carica vitale incontenibile, volevo stare al centro dell’attenzione, non stavo mai zitta né ferma, non a caso mi chiamavano argento vivo».

Chi per primo ha creduto in lei?
«Mia nonna Martina Rosa detta Sisina. Diceva: ”Io morirò e lei andrà in televisione”. Proprio così, purtroppo non ha fatto in tempo a vedere il mio successo».

I suoi genitori infermieri l’hanno ostacolata o appoggiata?
«Di fronte alla mia determinazione da caterpillar hanno deciso di appoggiarmi. E hanno poi accolto i miei primi successi senza esaltazione, ma con grazia e pudore».

La svolta che le ha fatto capire di avercela fatta?
«Il ruolo di protagonista in Lea, il film di Marco Tullio Giordana su Lea Garofalo, la testimone di giustizia assassinata dalla ‘ndrangheta. Ho sentito l’approvazione».

Ma la grande popolarità gliel’ha data “Imma Tataranni”: si è sentita sopraffatta da quel successo?
«No, è arrivato al momento giusto. E l’affetto del pubblico continua a riempirmi di gioia».

Il complimento ricorrente che le rivolgono?
«Qualcuno mi dice: “Dal vivo sei più carina”. La serie piace e in tanti rivedono i vari episodi… Se procuri gioia sei contento e Imma è un prodotto fatto benissimo, sotto l’imprinting del regista Francesco Amato e degli altri bravissimi attori: quando rischiamo di scivolare nel patetico, scatta il sarcasmo».

C’è qualche aspetto in cui Imma le somiglia?
«No, non mi somiglia in nulla».

Il successo tv ha influenzato la sua carriera?
«Mi ha offerto altre occasioni di lavoro, la possibilità di scegliere. E la visibilità».

Ha vissuto la sua affermazione come una rivalsa contro le difficoltà affrontate?
«No, non ho mai pensato “finalmente tocca a me”. So che il mio posto me lo sono guadagnato».

Ha percepito l’invidia delle altre attrici?
«Non direi. Ho semmai ricevuto tanti messaggi affettuosi da colleghe felici del mio successo. L’invidia è un sentimento umano ma che regni nello spettacolo è un luogo comune».

Esiste davvero la sorellanza, quella solidarietà femminile che è anche un tema importante del film di Papaleo?
«Credo nella solidarietà senza distinzioni».

Cosa è rimasto della ragazza del Sud?
«Il modo di muovermi, il piacere di parlare in dialetto. Della Vanessa di oggi non amo invece la facilità di spazientirsi, di farsi il sangue amaro. Ma sono felice di essere diventata più sicura, centrata».

Afferma di prediligere le donne “storte”: quali sono?
«I personaggi che, come Imma e Raffaella, esprimono la fragilità umana che appartiene a tutti».

Sempre più donne protagoniste, specialmente nelle serie tv: finalmente il vento è cambiato?
«La tv generalista offre più occasioni a un’attrice. Ma la presenza di una protagonista donna non deve diventare un cliché o un obbligo. Sono contraria alle quote rosa».

Di cosa va più fiera?
«Dei ruoli che hanno richiesto un impegno estremo: in teatro Arkadina nel Gabbiano e Estelle in A porte chiuse, nel cinema la protagonista dei film L’Arminuta e Lea, poi Cosima nella serie su Avetrana Qui non è Hollywood».

Perché si chiama Vanessa?
«Papà ha voluto rendere omaggio a Vanessa Redgrave».
Non si sfugge al proprio destino.

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