Vini, un calice al ritmo di primavera

La primavera e le feste di Pasqua invitano a cambiare ritmo anche nel calice». Cristina Mercuri, toscana, 44 anni, il ritmo e la voglia di cambiamento li ha nel sangue.

Avvocata specializzata in diritto internazionale, poco più di dieci anni fa ha deciso di lasciare un avviato studio legale e di far diventare lavoro la sua passione, il vino. Adesso è il quarto Master of Wine italiano. Nel mondo sono solo 423, circa il 40% donne.

Perché il salto dalla professione legale al vino?

«All’università ero innamorata del diritto. Ma quando ho iniziato a far pratica non mi sentivo viva: non gioivo, né mi arrabbiavo. Se si è impegnati 12-13 ore al giorno bisogna amare quel lavoro. Avevo la passione del vino e così nel 2013 ho pensato a un piano B».

Lei è la prima donna italiana a entrare nel gruppo più esclusivo dei professionisti del vino. Una responsabilità ulteriore?

«Lo è a prescindere dal gender, perché il nostro lavoro di consulenti consiste nel leggere e comprendere i numeri e le prospettive dei consumi per influenzare i trend delle aziende. Non siamo in un mondo perfetto, le posizioni apicali sono spesso precluse alle donne, c’è un atteggiamento machista e quindi noi donne dobbiamo avere grandi dosi di ispirazione e coraggio».

Quanto è stato difficile il percorso per la conquista del titolo di Master of Wine, considerato lo standard più alto tra chi opera nel settore?

«Molto più difficile di quello che posso augurare al mio peggior nemico. Per raggiungere il livello più alto devi superare non pochi ostacoli, tutti senza sconti e agevolazioni. Una fatica solitaria che ti porta a sacrificare la vita personale e in parte anche il lavoro».

Gli esami a Londra sono stati particolarmente complessi?

«Su tutto: marketing, enologia, diritto. Faticosissimi anche gli stage con prove alla cieca che portano alla rinuncia non poche persone. Io ho superato il secondo livello, al secondo tentativo, quasi un record».

L’ultima prova prima del riconoscimento?

«L’approfondimento di un tema specifico, ben definito, da affrontare in modo nuovo, con un approccio critico originale, quasi sfidando le conoscenze acquisite».

Lei ha discusso la tesi “Wine, Women and Fascism”. Una ricerca anche semiotica visiva sulle copertine illustrate di Enotria, la prima rivista italiana specializzata sul vino, pubblicata dal 1922 al 1942.

«C’era uno schema ricorrente nelle copertine di Enotria: le figure femminili erano rappresentate come corpi fertili della nazione, allegorie del lavoro produttivo e custodi della virtù rurale. Enotria contribuì a rafforzare i valori del Ventennio incorporando l'idealizzazione della femminilità e della disciplina rurale nel linguaggio visivo di una rivista tecnica sul vino. Ciò dimostra che l'ideologia si diffuse non solo attraverso la propaganda di Stato, ma anche attraverso la cultura commerciale».

E questo ci porta dove?

«Ci porta alla riflessione che oggi la comunicazione del vino deve andare oltre il prodotto e interrogarsi su linguaggi, stereotipi e modelli culturali. Con particolare attenzione al ruolo delle donne nel settore. Il vino italiano non è solo da raccontare, è da far vivere, con parole nuove e uno sguardo finalmente libero».

Finora, qual è stato il linguaggio del settore?

«Il vino è stato raccontato come qualcosa di altero, di distante dalla quotidiana, lasciando un po’ di soggezione nel consumatore. Certo, ci deve essere oggettivà tecnica perché bisogna essere onesti, ma bisogna comunicare in modo più semplice. Va ridotta la distanza tra consumatore e produttore. Non è facile individuare vocaboli semplici, chiari, riuscire a far comprendere come un vino appare nel palato, come ti saliva la bocca, come si chiude il sorso. Dovremmo, però, riuscire a fare come gli attori: tutto sembra facile, naturale, e invece dietro c’è uno studio incredibile».

Torniamo allora ai vini della primavera, raccontandoli a modo suo.

«Questa è la stagione in cui tornano la luce, la freschezza e il desiderio di vini vibranti, lineari ed eleganti, capaci di accompagnare una cucina più leggera e dinamica. Sono vini che ovviamente funzionano perfettamente tutto l’anno grazie alla loro dimensione leggiadra, moderna e gastronomica, ma che in primavera sembrano trovare una sintonia ancora più naturale con la stagione».

Suggerisca tre denominazioni, partendo dal Nord Est.

«I Prosecco non sono tutti uguali. Tra i Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg suggerisco la menzione Rive che esprime la frammentazione dei diversi suoli e dei microclimi. Nel calice questa diversità si traduce in un equilibrio molto preciso tra naso e palato: Conegliano tende a portare maggiore profondità e tessitura al sorso, mentre Valdobbiadene esprime una componente aromatica più ariosa e floreale».

Nel Centro Italia?

«Il Cori Bianco Doc rappresenta una delle espressioni più interessanti del Bellone, vitigno poco conosciuto fuori dal Lazio. Quando interpretato con sensibilità, il Bellone abbandona ogni eccesso di opulenza per mostrare una personalità sorprendentemente lineare e precisa. Il profilo aromatico rimane delicato, spesso giocato su note di frutto giallo tenue e accenni floreali, mentre il palato è ciò che definisce davvero il vino: una struttura compatta ma slanciata, sostenuta da acidità viva e da una progressione pulita».

Infine, al Sud?

«Visto che tra poco avremo anche voglia di mare, suggerisco il Capri Bianco Doc che nasce in un contesto unico, dove la viticoltura assume spesso caratteri quasi eroici per pendenze, frammentazione dei vigneti e condizioni insulari. Questa rarità territoriale si riflette nel calice con un profilo aromatico luminoso e mediterraneo, ma è soprattutto il palato a definire il carattere del vino. Il sorso è asciutto e assertivo, sostenuto da una acidità vibrante e da una chiara traccia salina che richiama immediatamente la vicinanza al mare».

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