Laura Muccino, casting director: «Chi sceglie ha potere, curioso che gli uomini ce lo abbiano permesso»

Come funziona veramente; dove sta il potere, quello nascosto nelle pieghe, lo scopri se aspetti anche i titoli di coda. Il finale del film sembra risolvere tutto, ma in realtà se vuoi capirla davvero la storia devi aspettare.

E capire chi c’è dietro quel racconto: se la narrazione è tutto, la scelta di chi darà anima, volto e corpo alle storie (alla Storia) è moltissimo. A fianco del regista e del produttore c’è una figura che per antica tradizione è stata spesso affidata a donne: la casting director. Davanti a me Laura Muccino; dentro la dinastia, quella con il ruolo più nascosto, meno esposto anche per carattere. Laura, però, sa di avere per le mani un potere enorme: sceglie gli attori, meglio, aiuta a trasformare decine di provini in icone, a volte individua protagonisti per far arrivare i finanziamenti ad un progetto. Ed è un potere enorme quello che gestiscono figure come la sua: davvero bizzarro che non facciano parte delle giurie dei premi. Per capire meglio, c’è lei dietro la scelta di un’intera generazione di icone del cinema italiano: i ragazzi di Romanzo Criminale, Gomorra, Suburra o L’amica Geniale. Quei ragazzi ora sono ovunque: serie, film, intrattenimento.

 

Muccino, il potere di scegliere nel suo campo è declinato al femminile.

«Davvero singolare che ci sia stato lasciato proprio questo spazio: chi sceglie ha un potere. Se ne stanno accorgendo anche i maschi, ora. Credo che la cosa abbia a che fare con un aspetto che a me piace molto: la cura. E con la sensibilità e l’intuito. Una cultura secolare ci ha portato a questo. Vedi attori e attrici che ti sfilano davanti, colmi delle loro ansie e attese, questo aspetto psicologico diventa essenziale».

Il rischio è l’abuso di una posizione dominante.

«Nei casting mi capita di passare inosservata: a volte gli attori mi chiedono se conosco Laura Muccino. Ho un approccio tranquillo: non siamo tutti così. Io devo tirare fuori da loro quel pezzo di anima giusto per la parte, prima che passino dal regista, il Grande Burattinaio».

Insicurezza di essere all’altezza: qualcosa accomuna attori/attrici al provino al vissuto di tante donne.

«Per arrivare all’umanità attoriale devi sfrondare la genetica insicurezza di chi si sente sempre sotto esame. Lavori se sei accettato, riconosciuto. Anche quando sei famoso. Pensano sempre: sarò ancora all’altezza? E non dipende solo dalla bravura».

Avere per le mani questa materia sentimentale è una responsabilità.

«Ognuno ha una leva nelle relazioni e deve decidere come esercitarla. Mi piace sapere di averla, ma anche concentrarmi su come evitare di essere autoriferita. Credo nella generosità come sistema di potere».

Cosa l’imbarazza del suo potere di scegliere un uomo?

«Scelgo un sinonimo: l’adulazione. Non serve. “Mi serve te stesso”, dico sempre».

Si è parlato molto di provini nel #MeToo.

«Prendere vantaggio dalla propria femminilità è qualcosa che mi imbarazza e intristisce, ma è il frutto di un archetipo, di una cultura inculcata. Non è involontaria: chiariamolo. C’è scienza e pensiero, dietro, ma molte attrici si sono trovate in casa tutto questo. Il nostro ruolo a tutela è diventato ancor più fondamentale».

Lei lavora da 30 anni: quanto è cambiato il “sistema”?

«Tantissimo. Il ruolo di noi donne a garanzia di altre donne è fondamentale. Abbiamo associazioni come la nostra Unione Italiana Casting Director che riunisce le 70 figure professionali riconosciute e che scrive codici, protocolli sul sexual harassment, sullo scambio di favori. Ogni anno ci riuniamo a Berlino con i colleghi di tutto il mondo».

Anche voi cercate un riconoscimento, in fondo.

«A Venezia ero in giuria con Maurilio Mangano e Laura Hartmann Trapani di un premio ideato da Annalisa Pastore di Rb Casting: premiamo una giovane attrice e le scelte che facciamo noi sugli attori pesano di più… Dovremmo essere molto più presenti nelle giurie dei Festival: nessuno conosce gli attori e il loro percorso come noi. E, sommessamente, sono qui anche a chiedere che il David istituisca un premio anche per noi».

Il suo “capolavoro”?

«Domanda perfida. Ma grandissima soddisfazione per Gomorra, L’amica Geniale e Diaz di Vicari: lavori di grande libertà, che hanno esaltato molti talenti».

Un’attrice e un attore scelti di cui si sente orgogliosa?

«Cristiana Dell’Anna: al primo provino per Gomorra era una ragazza dolce e carina, ma dovevamo tirare fuori da lei Patrizia, che si fa boss accanto a Savastano. Un lungo lavoro di sette provini. Poi, tra i tanti, dico Alessandro Borghi: una particina in Romanzo Criminale, poi il grande salto da protagonista di Suburra con Sollima. Ha preso il volo perché si mette sempre in discussione: è Cucchi e il bel supermanager internazionale di Devils. Come i grandi americani. E in discussione vanno messi i cliché: per una ragazza angelica che cantasse bene il blues, ho proposto una cantante italiana di origine eritrea. Il film è cambiato rompendo il cliché. Oggi c’è meno body shaming per le attrici: si accettano anche non “bellissima/o”, si cercano sfumature. Anche grazie a noi».

Lavora con i suoi fratelli, Gabriele e Silvio. In una famiglia, mi permetta di dirlo, non noiosa…

«L’aspetto emotivo è forte. Qualche volta complica le cose. Eppure questo del cinema è un ambito in cui i conflitti non ci sono, c’è rispetto. Nel lavoro andiamo d’accordissimo». Il casting dei sogni? «Quello per la prima presidente della Repubblica: siamo pronte, lo siamo da sempre, per governare, dirigere, lo facciamo. Basta non autocastrarsi».

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