«Sei troppo Cesarona per non essere nella nuova stagione della serie», le disse Claudio Amendola un paio d’anni fa. E, una volta tornato sul set de I Cesaroni, l’attore e regista ha affidato a Lucia Ocone il ruolo tutto nuovo di Livia, l’intraprendente e coloratissima imprenditrice che si associa al patriarca della dinastia romana con l’intenzione di trasformare la storica bottiglieria della Garbatella in un ristorante stellato.
Oggi Lucia si gode il successo della fiction che sta facendo ascolti record su Canale 5 (si concluderà il 18 maggio): una consacrazione per l’attrice che, nata ad Albano Laziale 51 anni fa, battuta pronta, umorismo travolgente e un’umanità che traspare anche nei ruoli più caratterizzati, appartiene alla generazione di Paola Cortellesi, Geppi Cucciari, Teresa Mannino, Paola Minaccioni e le altre attrici brillanti che hanno definitivamente sdoganato la comicità femminile. Ma la carriera di Lucia, che iniziò giovanissima facendo le imitazioni a Non è la Rai, il mitico programma di Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, è densa di esperienze spalmate fra tv, teatro e cinema: l’attrice ha lavorato a Quelli che il calcio, a Music Farm, con la Gialappa’s Band, sullo schermo ha interpretato diverse commedie (tra cui Maschi contro femmine, Femmine contro maschi, Una famiglia mostruosa, Prendiamoci una pausa) ed è stata più volte protagonista sulla scena. Sempre all’insegna dell’ironia che le appartiene anche nella vita ma non le impedisce di dedicarsi alla solidarietà e alla difesa degli animali.
Si aspettava che “I Cesaroni” facesse ascolti così alti?
«Non era scontato, visto che la serie ha ben vent’anni. Evidentemente il pubblico aspettava il ritorno dei Cesaroni: mentre lo streaming permette la visione in qualunque momento, si tratta di un appuntamento capace di riunire la famiglia sul divano».
In cosa le somiglia Livia, il suo personaggio?
«Nella logorrea: sono una che nella vita parla a macchinetta. Siamo poi simili nell’entusiasmo e in quell’allegria che nasconde la fragilità. Anch’io, come lei, tendo a sdrammatizzare i problemi con una battuta».
Com’è finita nel cast de “I Cesaroni”?
«Due anni fa Claudio Amendola mi scritturò per il film Ari-cassamortari dopo la defezione dell’attrice che aveva scelto inizialmente. Tra noi scattò un feeling pazzesco a base di scherzi e cazzeggio, che ancora ci lega, e lui mi promise che mi avrebbe richiamata per la serie. Detto, fatto. Ci vogliamo molto bene, sono felicissima».
Che effetto le fa appartenere alla generazione che ha definitivamente imposto la comicità femminile?
«Prima di noi, negli anni Novanta, Serena Dandini con lo squadrone della Tv delle Ragazze ci aveva aperto la strada. Poi, quando è stato il nostro turno, la comicità passava da trasmissioni come Zelig, Colorado, Mai dire Gol. E per noi donne erano parrucche o tormentoni. Mentre Geppi Cucciari e Teresa Mannino facevano monologhi a sfondo sociale con la propria faccia, Paola e io andavamo forti con le imitazioni e le parodie: erano lo strumento che ci permetteva di esprimere il nostro punto di vista».
Oggi è più facile affermarsi per un’attrice comica?
«Le cose sono migliorate ma noi donne siamo sempre una minoranza, in Italia come all’estero».
È mai stata discriminata perché femmina?
«No. Mi sono sempre imposta attraverso il valore».
Quando ha scoperto di far ridere?
«Da teenager stravedevo per Anna Marchesini e registravo tutte le sue apparizioni, conservo ancora le cassette Vhs. E quando a 18 anni entrai nel cast di Non è la Rai, proposi proprio l’imitazione della grande attrice. Piacque a Boncompagni che mi buttò sul palco senza copione e senza prove, costringendomi a improvvisare. Quel programma fu una grande scuola, lo ricordo con estremo piacere. Ho imparato tanto e c’era una bella atmosfera. Avevo l’impressione di essere in campeggio».
Tra le sue imitazioni più celebri c’è Mina: come le venne in mente di fare la parodia di un mostro sacro come lei?
«Fu Simona Ventura, con cui avevo fatto Quelli che il calcio, a convincermi di imitare Mina nella trasmissione Music Farm. All’inizio io non volevo, mi sembrava una profanazione, ma poi decisi di darle un’impostazione casalinga facendola parlare con i figli di faccende domestiche e bucato».
E la grande cantante si risentì?
«Macché, si divertiva. Una volta incontrai la figlia Benedetta che la chiamò al telefono e me la passò. Mina fu adorabile, mi fece tanti complimenti mentre io, pietrificata dall’emozione, riuscii a pronunciare una sola parola all’infinito: ”Grazie, grazie, grazie”»
È stato difficile lavorare con la Gialappa’s?
«All’inizio sì, è stata proprio dura: metterti in difficoltà era il loro modo di volerti bene. Io sul palco mi impegnavo al massimo a tenere il ritmo delle loro battute e poi la sera a casa piangevo. Ma l’esperienza con la Gialappa’s è stata una magnifica palestra, così come Macao, il programma di Boncompagni e Ghergo che feci con Alba Parietti».
Nel suo lavoro la provenienza dai Castelli ha contato, ha fatto la differenza?
«Non direi. Con la nostra autenticità, l’indolenza e il disincanto che ci contraddistinguono, noi dei Castelli siamo romani a tutti gli effetti. Comici per natura».
Nella nuova campagna di Famiglie Sma, finalizzata a migliorare la vita dei malati di atrofia muscolare spinale, è ricorsa all’ironia: si può scherzare sull’handicap?
«Ho riproposto un mio personaggio famoso, la regina delle televendite Veronika, ma anche Checco Zalone in passato aveva interpretato uno spot dissacrante: l’ironia è lo strumento migliore per convogliare l’attenzione su temi che alla gente fanno paura, smontare i luoghi comuni ed evitare il pietismo, l’ultima cosa che i malati vogliono. So di cosa parlo, la mia migliore amica è paraplegica».
E da cosa nasce il suo impegno per gli animali?
«Dal mio amore incondizionato, quasi patologico per i cani. Attualmente vivo con una adorabile bulldog francese, Fiona, e due gatti anzianotti, ma se potessi porterei a casa tutti gli animali che languono nei rifugi».
Non le viene mai il desiderio di interpretare un ruolo drammatico?
«Voglio continuare ad essere un’attrice brillante e una comica, ma un’esperienza diversa la farei. Un personaggio drammatico sarebbe una bella sfida».
Sempre più attrici debuttano nella regia: è anche nei suoi programmi?
«No, non mi interessa. In questo momento concentro tutte le mie energie sul teatro, butto giù idee e scrivo in vista del mio futuro spettacolo. Ho una gran voglia di farlo ma sono una perfezionista, molto severa con me stessa».
Quanto all’amore, come sta messa?
«Da un po’ sono single, con grande serenità. Non è stata una scelta né sono in cerca di un compagno. Mi sento completa come donna e come attrice che, venuta dal paesello, ce l’ha fatta. Non ho vuoti da riempire. E se un uomo verrà, dovrà farmi stare meglio di come sto attualmente. Non sono un tipo che si accontenta».
A chi deve la maggiore riconoscenza?
«A me stessa, alla tigna che mi ha fatta andare avanti. Sono figlia di operai, non ho mai avuto le spalle coperte. Mentre studiavo recitazione, per mantenermi ho fatto di tutto, dalla cameriera alla promoter nei supermercati fino all’animatrice di feste per bambini. E non ho mollato mai».
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