Rocío Muñoz Morales: «La separazione da Raoul Bova e la morte di papà, il dolore mi ha fortificato. Il rancore? E' una pozione avvelenata»

Tra moglie e marito non mettere…l’IA. Nella nuova commedia di Fausto Brizzi, Quasi Vera (nelle sale il 1° ottobre) Rocío Muñoz Morales è una donna lucida e inquadrata che entra in crisi con il compagno (interpretato da Frank Matano), ancora incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

 

Per riconquistarla, l’uomo crea attraverso la tecnologia più avanzata una influencer (Taylor Mega) bellissima, sexy e apparentemente perfetta. La nuova creatura conquista milioni di follower e, mentre il confine tra la realtà e il mondo virtuale si fa sempre più sottile, le cose non andranno nel modo previsto.

Morale della favola: al di là del denaro e del successo, a contare davvero nella vita sono i sentimenti. Si ride, si pensa al presente dominato dall’IA, si riflette: Quasi vera s’inquadra nella nuova, felice stagione artistica di Rocío che, archiviata la separazione da Raoul Bova da lei vissuta con dignità e il massimo riserbo mentre intorno infuriava il gossip, ha ripreso a lavorare senza sosta. L’attrice spagnola sarà tra i protagonisti del nuovo film di Enrico Vanzina La sera a Roma, poi sul set di una serie di Rai1 accanto a Christian De Sica, quindi nel film Questione di fede con Gianmarco Tognazzi per riprendere alla fine dell’anno la tournée teatrale dello spettacolo Contrazioni pericolose. Fin da quando era giovanissima e campava insegnando il flamenco agli anziani, Rocío non ha mai avuto paura della fatica, delle sfide e oggi guarda alla sua nuova vita con senso di responsabilità ed entusiasmo.

Cosa rappresenta per lei questa nuova e intensa stagione professionale?

«La conferma ulteriore che l’Italia è la mia casa, il luogo che mi permette di esprimermi al meglio. Provo molta gioia e gratitudine».

Cosa l’ha spinta a interpretare “Quasi vera”?

«Il film di Brizzi è una commedia, ha un tono leggero e divertente eppure affronta temi importanti, attualissimi».

Quali?

«Innanzitutto la ricerca ossessiva della perfezione che spesso ci porta a vivere al di fuori della realtà, dimenticando le cose veramente importanti della vita. Ma si parla anche della tecnologia che ormai rischia di sfuggire al nostro controllo. Da donna, inoltre, mi piaceva interpretare un film che racconta la crisi di una coppia a causa di un terzo incomodo…inesistente».

Lei si è mai sentita imperfetta?

«Mi considero una donna forte ma le fragilità non mi mancano. E fragilità non significa debolezza…Con gli anni, anche attraverso le prove che ho dovuto affrontare, ho acquisito sicurezza ma tante volte, in passato, non mi sono sentita all’altezza mentre combattevo per fare le cose al meglio. Oggi mi sento fiera della donna che sono diventata. Con l’inseguimento della perfezione ho fatto pace».

Cosa intende?

«Ho capito che la perfezione non esiste. E se esistesse, sarebbe poco interessante, piena di vuoti. Bisogna convincersi che proprio nelle imperfezioni c’è la nostra unicità, ci sono le nostre ricchezze di esseri umani. È questo il messaggio che voglio trasmettere alle mie figlie Luna e Alma».

E le bambine sono pronte ad ascoltarla?

«Luna e Alma hanno rispettivamente 10 e 7 anni, non possiedono ancora il cellulare ma vengono bombardate ogni giorno da immagini e messaggi aggressivi, pericolosi, che promuovono contenuti e modelli umani discutibili. Pensare che alla loro età io giocavo ancora con le bambole, non dovevo difendermi da valori poco sani».

Come protegge le sue figlie dalle insidie della rete?

«Parlando moltissimo con loro, tra noi non ci sono temi tabù. Da mamma separata, mi impegno al massimo: voglio rappresentare la loro sicurezza, un’àncora a cui possano sempre aggrapparsi. Le esorto a studiare per essere più libere ed essere in condizione di poter scegliere la loro strada».

Luna e Alma si somigliano?

«Hanno due caratteri opposti: una è estroversa, l’altra più riservata. A entrambe cerco di spiegare che la perfezione mostrata dai social è un’illusione, nella vita reale non esiste. E loro devono sentirsi speciali, uniche anche se non corrispondono ai modelli che vanno di moda. Io ce la metto tutta, ma il lavoro che noi adulti dobbiamo fare con i figli è grande».

Tornando al film di Brizzi, quale aspetto del suo personaggio ha sentito più vicino?

«Il fatto che sia l’elemento forte della coppia. Lo sono sempre stata anch’io ma questa mia caratteristica è stata spesso equivocata».

In che senso?

«Ho dato l’idea di non aver bisogno di chiedere aiuto. Invece una donna deve potersi appoggiare al compagno, va accudita e curata. Giustissimo combattere per la parità, ma attenzione a non perdere il ruolo nella coppia: il confine tra le rivendicazioni, che sono sacrosante, e il rischio di snaturare la femminilità è molto sottile. Bisogna prendere esempio dalla Spagna».

Perché?

«Sul tema della parità di genere è più avanti dell’Italia. All’interno della famiglia padre e madre si scambiano i ruoli con estrema naturalezza: ognuno dei due pulisce la casa, fa la spesa e si occupa dei figli perché genitori si diventa insieme. Ma una donna non smette mai di essere tale e merita attenzioni, fiori, gentilezza».

Diceva di essere orgogliosa della donna che è diventata: come si vede oggi?

«Ho raggiunto una grandissima serenità, dovuta anche al lavoro che ho fatto su me stessa per diventare una madre e un’attrice migliore. Oggi sono una donna a cui brillano gli occhi, che sa emozionarsi e non smette di imparare anche a non avere paura. Forse non sto sbagliando strada, visto che mi arriva tanto affetto da parte delle persone».

Il dolore per la separazione da Bova l’ha aiutata a crescere?

«Non c’è stato solo quel dolore nella mia vita recente. Anche la morte di papà, avvenuta sei mesi dopo che era venuto ad applaudirmi a Venezia nel ruolo di madrina della Mostra, mi ha profondamente ferita. Il dolore ti spoglia ma poi ti rende più sensibile e più evoluta, dotata di maggiori risorse».

Per essere felici bisogna avere la memoria corta rispetto ai torti subiti?

«Più che dimenticare, bisogna concentrarsi su quello che si vuole fare per farlo al meglio. Il rancore non serve a niente, è sempre una pozione avvelenata».

Dopo essere stata al centro dell’attenzione per le sue vicende private, si sente finalmente considerata per il suo lavoro di attrice?

«È già da tempo che vengo valutata come la professionista che sono. Lo spartiacque è stato proprio il ruolo di madrina di Venezia che ho ricoperto nel 2022. La Biennale mi ha regalato emozioni e soddisfazioni. Sono riconoscente alle persone che ho incontrato, a cominciare da Alberto Barbera a Angela Savoldi. Sono entrati nella mia vita e non ne sono più usciti».

Ha dovuto sudare per avere successo?

«Sì, ma non mi è pesato. Vengo da una famiglia umile e mio padre, severissimo, ha inculcato in noi tre figlie un forte senso del dovere. Ho sempre avvertito la responsabilità di portare a casa dei risultati. Ho fatto tanta gavetta e non mi sono mai montata la testa, nemmeno dopo aver condotto il Festival di Sanremo nel 2015. Ho continuato a lavorare a testa bassa e a studiare, mi sono messa in discussione».

E l’Italia che ruolo ha avuto nel suo percorso?

«Sono venuta qui quando avevo 25 anni e il vostro Paese mi ha visto crescere, sia come attrice sia come donna. L’Italia è casa mia: mi ha accolta a braccia aperte e mi ha dato moltissimo anche se all’inizio qualcuno mi considerava “la spagnola”, cioè la straniera in senso non proprio elogiativo. Ma ormai tutti hanno capito che la diversità è una ricchezza e io mi sento italiana più di un’italiana. Roma è la mia città, vi ho messo le radici dopo aver fatto esperienze importantissime e oggi sento il rispetto degli altri. È una sensazione meravigliosa».

Ha in programma di scrivere un nuovo romanzo?

«L’ultimo, La vita adesso, è uscito a ottobre 2025 e per il momento il mio lavoro di scrittrice è in pausa, ho troppe altre cose da fare. Un libro richiede molto tempo e uno scavo profondo in sé stessi. Non potrei mai farlo in modo superficiale».

Ha un sogno, Rocío?

«Sì, e riguarda proprio i libri: vorrei che almeno uno dei miei romanzi venisse trasportato sullo schermo. Un progetto c’è, ci stiamo lavorando. Non vedo l’ora».

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