Bikini, Flavia Padovan: «Mia madre ideò la beachwear couture. A volte scoprirsi aiuta l'autostima»

Era il 1967. Marisa Padovan, che già si era fatta apprezzare nella lingerie da Nylon Style (tra le sue clienti, Liz Taylor), decise di aprire una sua boutique, in via delle Carrozze, a Roma, e concentrarsi sui costumi da bagno. Fu una rivoluzione di stile. Costumi e costume. Ideatrice della beachwear couture, con le sue creazioni ha conquistato molte dive, da Audrey Hepburn a Monica Vitti e altre. La sua storia ora è raccontata nel libro “Scostumate”, scritto da Paola Jacobbi, a cura di Ildo Damiano (Sperling & Kupfer). A portare avanti la visione del brand, al suo fianco ma anche con una propria linea, è la figlia Flavia Padovan.

Padovan, come mai sua madre decise di dedicarsi ai costumi?

«Ha iniziato un po’ per sé, perché non trovava cose che le piacessero, e ha realizzato i suoi capi, da subito, con materiali innovativi. Inizialmente proprio quelli della lingerie, tra pizzi, merletti, ricami. Da una piccola collezione, poi l’orizzonte si è ampliato. Da lì, l’idea della couture, ossia dei costumi che vestissero. Nel nostro dna c’è lo chiffon plissettato, che si può bagnare senza che perda le pieghe».

Com’è cambiato il bikini nei decenni?

«Dopo la minigonna, negli anni Settanta ci si è scoperte di più. Nella moda mare, tra gli anni Ottanta e i Novanta, ci sono stati spalline, velluti, paillette. A partire dal 2000, il lucido ha perso spazio a favore dell’opaco e grande attenzione è stata dedicata a tessuti performanti. Oggi si cercano i trikini, da usare per l’intera giornata».

 

Nel 1987 Marisa Padovan disse: «Mi sembra importante che una donna faccia questo lavoro per le altre donne».

«È la nostra filosofia. Abbiamo un occhio da donna per valorizzare la donna, cosa che l’alta moda non sempre fa. Quando le donne si spogliano non si vedono mai belle. Le insicurezze di ieri sono le stesse di oggi, si cerca sempre la perfezione. Il costume deve far sentire a proprio agio, può diventare uno strumento per acquisire autostima e liberarsi dai canoni estetici imposti dalla società. Non è vero che coprirsi è meglio per celare i difetti, a volte scoprirsi aiuta le forme».

Anche le dive hanno queste insicurezze?

«Sì, Audrey Hepburn, molto magra, si faceva fare costumi interi che valorizzassero la sua figura. Liz Taylor voleva nascondere il seno grande. Era freddolosa. Desiderava che lo stanzino di prova fosse molto riscaldato. Ricordo i costumi neri di Monica Vitti e un intero rosso indossato da Claudia Cardinale. Sembrava un top».

Tutto fatto su misura?

«Sì, anche oggi abbiamo i cartamodelli di ogni cliente». I bikini erano molto fotografati. «Il fotografo veniva a chiedere i capi per un servizio su un’attrice, per un giornale. Oggi tutto corre sui social, è più veloce. Le cose si bruciano, diciamo. Per questo volevo che la storia di mia mamma, made in Italy e soprattutto made in Rome, fosse raccontata in un libro. Marisa Padovan non ha mai fatto pubblicità, la sua forza è stata il passaparola. Una decina di anni fa una cliente ci disse che, in spiaggia ai Caraibi, era stata fermata da Madonna, che le aveva detto di volere il suo bikini. Era uno dei nostri».

Nel corso del tempo, lo stile di Marisa Padovan è stato apprezzato da grandi stilisti, da Yves Saint Laurent fino alla collaborazione con Valentino.

«Dior le propose di fare una linea mare, ma mia madre non accettò, non voleva lasciare l’Urbe. Roma era la città della moda, prima di Milano. Qui si tenevano le grandi sfilate. Purtroppo poi ciò si è perso. Oggi andiamo in tutto il mondo con le nostre collezioni, ma l’anima rimane a Roma».

E lei quando ha scoperto la passione per la moda mare?

«Da bimba, facevo i vestiti per le bambole. Poi ci fu, diciamo, lo “scandalo” di Porto Rotondo. Avrò avuto 10/11 anni, durante l’inverno realizzavo fasce per capelli, con pezzi di tessuto che prendevo in atelier e, d’estate, in vacanza, le vendevo con un banchetto. Un giorno una signora in boutique a Roma si lamentò con mia madre, dicendo che i suoi tessuti erano pure sulla bancarella di una bimba a Porto Rotondo. Così mamma ha scoperto la mia passione, a 13 anni mi ha portato a visitare una prestigiosa fiera di tessuti. Mi si è aperto un mondo. Ora ho la mia linea, Flavia Padovan: costumi, ma pure capi che non necessitano di essere stirati».

Come immagina il bikini di domani?

«Il bikini è amato e odiato ma è un evergreen. Piace perché è molto femminile. È un accessorio che tutte dovremmo avere, specie dopo il periodo di chiusura per la pandemia. Si ha voglia di libertà e il bikini costringe meno dell’intero. In futuro, si starà ancora più attenti a materiali, ecologia, ambiente».

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