I 75 anni della Repubblica, l'altra voce della storia. Spadoni: «Non c'è parità»

Quanto è lontana la Norvegia dall’Italia? Anni. A 2.500 km da Roma, la premier Erna Solberg dal 2013 ha lo studio a Inkognitogata 18, la residenza del capo di governo. A Reykjavík, 3.200 km, la prima ministra Katrín Jakobsdóttir è la seconda donna alla guida dell’Islanda. Nella Casa Stenbock, il palazzo del potere di Tallinn, 2.700 km da Montecitorio, da qualche mese è arrivata Kaja Kallas, prima premier dell’Estonia. Da quelle parti è la regola. Nella foto di gruppo delle premier nordiche, ecco anche la finlandese Sanna Marin, la lituana Ingrida Šimonytė, la danese Mette Frederiksen, la tedesca Angela Merkel. A Roma, ce la prendiamo comoda. La storia va a rilento e a due velocità, c’è una metà rimasta indietro e pazienza, si fatica da Palazzo Chigi a vedere il Nord Europa, lontano tutti questi anni. Ce ne abbiamo messi ben 75 per arrivare al 6,5%: la percentuale delle donne tra quanti hanno giurato al Quirinale (presidenti del Consiglio, ministri e sottosegretari) è a una sola cifra, avete letto bene. Vantiamo ben 10 governi di soli uomini, in questa storia dimezzata, zero ministre dell’economia, di premier nemmeno l’ombra. Quando ci manca per arrivare al Nord?

IL BILANCIO

«In questi 75 anni di Repubblica il tema della parità di genere è stato tenacemente affrontato, soprattutto da noi donne, ma mai concretamente raggiunto». La vice presidente della Camera Maria Edera Spadoni (M5S) fa un bilancio. Racconta: «Ci sono voluti decenni per acquisire diritti fondamentali: nel ‘46 il diritto di voto, nel ‘63 la parità tra i sessi negli uffici pubblici e nelle professioni, negli anni ‘70 il divorzio, la riforma del diritto di famiglia e l’aborto. Ma soltanto nel 1996 è arrivata la prima legge contro la violenza sulle donne». Tanti anni di battaglie, ma dov’è la parità? «In Italia evidentemente abbiamo ancora un problema culturale perché molti stereotipi sono duri a morire, serve uno scatto che permetta alle donne di ottenere pari opportunità. Da quando sono in Parlamento, il mio impegno per l’uguaglianza di genere e per la lotta contro ogni forma di discriminazione e violenza contro le donne è totale. E tanti i risultati che ho ottenuto: penso al servizio di analisi di impatto di genere nei dossier di documentazione sulle proposte di legge; o alla risoluzione presentata in Parlamento per chiedere al governo di rispettare quanto deciso nell’ultimo G20, ovvero una roadmap per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere; o al Codice Rosso, grazie al quale, con un mio emendamento, il periodo di tempo per poter denunciare una violenza sessuale è passato da 6 a 12 mesi. Ma la strada da fare è decisamente ancora molto lunga, ci attendono sfide decisive che vogliamo vincere».

E non sono da poco. «Dobbiamo colmare il divario retributivo di genere e aumentare l’occupazione femminile. Siamo il Paese in Europa con il minor tasso di partecipazione femminile al lavoro. Le donne devono avere la possibilità di dedicarsi alla famiglia senza rischiare di perdere il lavoro. Ampliare il numero degli asili nido diventa quindi cruciale». A quando la prima donna Presidente della Repubblica? «Ritengo che il Paese sia pronto per accoglierla. È necessario riconoscere alle donne il ruolo centrale e strategico che meritano».

GLI OSTACOLI

Davvero siamo così vicini a una donna al Colle? «Spero che arrivi presto anche se non possiamo certo lamentarci dell’attuale presidente, che crede veramente nei diritti delle donne. Ma nella politica c’è uno sbarramento, l’arrivo massiccio delle donne spaventa chiunque perché mette in discussione troppe cose», Linda Laura Sabbadini, Chair del W20, ha ben chiaro quanto è costata questa resistenza. «Un handicap forte che non ci ha permesso di ottenere la crescita di cui avremmo avuto bisogno. La difficoltà è far capire quanto il Paese ci guadagnerebbe dalla piena valorizzazione dei talenti femminili». Avrebbero da ridire le “madri” della Repubblica, le 21 elette all’Assemblea Costituente a scorrere questi numeri: nei 66 governi della Repubblica, i ministri sono stati 1.543 e le ministre 102. «Bacchetterebbero i nostri politici. Combattendo hanno ottenuto l’articolo 3 che indica tra i compiti della Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza. E invece quel traguardo è ancora lontano. La nostra democrazia menomata. Chi ci crede deve battersi affinché uomini e donne insieme garantiscano che quel pezzo di democrazia mai realizzata si realizzi». Eppure sono sempre di più le donne in ruoli di primo piano. «Ma si tratta ancora di prime donne e invece si dovrebbe essere alla pari, nella guida del Paese, per costruire il meglio per tutti».

ARTICOLO 3

Alla pari, come vuole la Costituzione. Non fu una battaglia indolore, quella dell’articolo 3. Lina Merlin si impuntò con gli altri membri della Costituente e ottenne che fosse specificato: tutti uguali, «senza distinzioni di sesso». «Se il dettato costituzionale fosse stato applicato all’impronta, sul fronte della parità di genere saremmo molto avanti». Patrizia Gabrielli è docente di storia contemporanea e di genere all’università di Siena. Che precisa: «La rappresentanza delle donne in politica resta molto fragile, nonostante l’indubbia capacità delle parlamentari. E non è tanto uno squilibrio numerico che i dispositivi adottati hanno corretto. Basta pensare al sessismo non proprio sotterraneo che continuano a subire Boschi, Boldrini e Meloni». Insulti e commenti che ci portano indietro di anni. «Ci si accanisce più sulla forma che sulla sostanza, le figure femminili in politica sono più esposte alla gogna. Vorrei tanto sbagliarmi, ma per la presidente della Repubblica donna ci vorrà ancora tempo», osserva Michaela Valente, docente di Storia moderna alla Sapienza. «Al di là della propaganda, il gioco della politica resta nelle mani maschili». In ritardo, a fatica. Comunque sia, puntiamo al Nord. 

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